Cima dei Campelli – Cresta Sud Est

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Alla scoperta del versante nord della Val Vigezzo

ARVOGNO (VCO) 1.247mt – CIMA DEI CAMPELLI 2.448mt – Alpinismo – Dislivello 1.543mt – Sviluppo 14.4km – Difficoltà AD- / III+

In attesa della piena ripresa del pollice della mia mano destra, proseguiamo il nostro tour di facili (ma divertenti!) ravanate montane con questa Cima dei Campelli, scoperta grazie al libro di Alberto Paleari Le più belle vie di roccia dell’Ossola dal I al V grado che già in passato ci aveva guidati verso interessanti itinerari Ossolani.

Alcuni esempi presenti sul blog sono lo spigolo sud-est alla Punta della Rossa, la cresta Est del Pizzo del Ton, la normale alla Cima Pedum e la via del Crepone alla Punta Esmeralda (che ancora dobbiamo tornare a ripetere dopo l’errore del primo tentativo :P).

La cima di oggi si trova in un bellissimo anfiteatro di montagne che a noi era ancora inedito, localizzato sul versante nord della Val Vigezzo, molto vicino al confine con la Svizzera.

Il posto è davvero gradevole e oltre ad un infinito numero di alpeggi in cui si muovono in libertà bestiole di tutti i tipi, ci sono anche montagne interessanti, spesso rocciose e selvagge, su un granito magari non di alta qualità ma sicuramente estetico e molto divertente da percorrere.

La nostra scelta è caduta su questa lunga cresta che ci incuriosiva per il suo carattere selvaggio dovuto alla poca frequentazione; un’altra ragione è che ci consentiva di mantenere il grado alpinistico “basso”, considerando che non si può fare tanto gli splendidi con una mano scassata… 😛

In effetti è stata una scelta azzeccata perché le difficoltà di arrampicata sono sempre modeste ma l’ambiente è comunque abbastanza severo, la gita è piuttosto lunga e regala anche passaggi esposti e su roccia spesso da controllare, quindi un giusto step per riprendere l’alpinismo senza per forza voler strafare.

Ad ogni modo sconsigliamo questa gita a chi ha poca esperienza di montagna in ambienti poco battuti, perché il rischio di sbagliare c’è e una volta in cresta non è così facile tornare sui propri passi.

Anche la discesa richiede un po’ di esperienza e quindi non basatevi solo sul grado alpinistico ma valutate soprattutto la vostra capacità di muovervi in ambienti in quota senza segni di via evidenti, sia in salita sia in discesa.

Per gli altri dettagli vi rimandiamo alla relazione e ai commenti delle foto.

Attenzione! Su questo versante superata l’alpe Campeglio non troverete più acqua: l’ultima possibilità di riempire le borracce l’avrete all’altezza dell’ultima bella baita ristrutturata, alla sua destra si trova una fonte.

Avvicinamento automobilistico

Per raggiungere Arvogno ci sono due possibilità: da Santa Maria Maggiore è possibile salire una ripidissima e stretta strada che passa attraverso il lato alto del paese e fa risparmiare qualche minuto (google vi dirà di fare così, ma è sconsigliabile se avete macchine molto grosse o poco potenti) oppure seguire la strada “maestra” che invece sale da Taceno, pochi km più avanti, e permette una salita più dolce ed agevole anche se più lunga.

Valutate in base al mezzo a disposizione.

Giunti ad Arvogno, lasciare la macchina nell’ampio parcheggio prima del rifugio. Noi, nonostante l’ora piuttosto tarda, abbiamo trovato un sacco di spazio.

Avvicinamento alla cresta

Da Arvogno, seguire la strada in leggera discesa per qualche decina di metri fino a trovare il sentiero sulla sinistra che con una scala di legno dà accesso al bosco sottostante.

Scendere ripidamente il bosco per circa 150mt di dislivello fino a raggiungere il ponte sul torrente in un luogo davvero ameno e con una pozza d’acqua che ti chiede solo di buttartici dentro 😉

Superato il ponte si inizia a risalire traversando piano piano nel bosco ed incontrando ad intervalli irregolari vari alpeggi (Coier, Alpe Vei) con le caratteristiche case di pietra dell’Ossola, alcune in perfetto stato, alcune ormai ruderi dimenticati dal tempo e dalla storia oltre che animali di varia natura (capre, mucche, pecore e quant’altro): come indicazione si segue quella per il Passo Campeia.

Il sentiero è ben segnato da bolli bianchi e rossi e non si può sbagliare.

Giunti all’Alpe Campeglio alta (quota 1.540 circa), appena sotto ad una baita appena ristrutturata con la fonte, si devia a sinistra in direzione dell’alpe Riola e dopo qualche centinaio di metri nel bosco, si trova un cartello che indica verso destra la salita per l’Alpe Cortevecchia e l’Alpe Campo.

Seguire a destra stando attenti a non perdere la traccia e in breve si raggiungerà l’Alpe Corte (sul cartello è scritta come Corte, non Cortevecchia), luogo molto carino ma purtroppo nel nostro caso con la fontana sprovvista d’acqua, cosa che ci costerà cara in una giornata con 32 gradi all’ombra… 🙁

Si procede per sentiero ancora per un centinaio di metri fino a quando nel bosco non si riesce ad intravedere la placconata che si innalza alla nostra sinistra.
Quindi per traccia non obbligata tra i rododendri si raggiunge la piodata, fino a superare un ruscelletto asciutto in estate da cui inizia la via.

Tempo indicativo: 2h e 15 da Arvogno assolutamente senza correre.

Foto dell’avvicinamento: ovvero bestiole in quantità!
(se non volete affrontare la cresta, questa già di per se è una bella escursione)

Descrizione della salita

Si procede in salita su percorso non obbligato stando a tratti sulle placche e a tratti sull’erba fino quasi al termine della prima pioda (I grado) stando comunque sul lato destro della placconata.

Ci si sposta poi un pelo a sinistra appena il terreno si fa più ripido per evitare un risalto roccioso che si rimonta poi verso destra fino a raggiungere un “morto in piedi” (albero secco) e da lì sempre per percorso non obbligato fino alla cima del primo torrione (I/II).

Si prosegue attraversando una sella erbosa e poi in diagonale sinistra fino al bordo esposto del secondo torrione che consente poi una salita più agevole verso il suo termine.

Giunti in cima alla seconda pioda, ci si lega e si inizia un primo tratto roccioso in disarrampicata (III), i così detti “denti di sega“, agevolato nel nostro caso da un cordino presente sul terrazzo di partenza e da uno spit evidente che si trova dopo i primi metri di discesa, che consente poi di abbassarsi ulteriormente sul lato sinistro della cresta, fino al termine delle difficoltà.

In questa cresta spesso i tratti più difficili o pericolosi sono in discesa quindi se si vuole garantire un minimo di protezione anche al primo di cordata (che in discesa diventa il secondo) è il caso di far mettere qualche friend o cordino al primo che scende, in modo tale da permettere poi all’altro una discesa più sicura.
(Questi ovviamente sono consigli per i meno esperti. Valutate voi in base alla situazione)

Segue il terzo risalto, sempre su placche di II grado: arrivati in cima bisogna raggiungere il vicino alberello bifido, passando sopra le rocce o aggirandole a sinistra. Sull’albero, non immediatamente visibili, si trovano dei cordoni, sui quali attrezzare una calata verso destra che permette una volta scesi di costeggiare la cresta e riguadagnarla poco dopo all’altezza di una selletta; sul filo di cresta si sale di nuovo fino ad uno spit dove ci si cala nuovamente raggiungendo un intaglio. Poi ancora sul filo (III) sino a raggiungere quello che da valle è uno sperone di roccia che ricorda la sagoma di un cannone: da qui questa similitudine non si capisce, ma troverete un nuovo spit su cui effettuare una calata a sinistra di una dozzina di metri, per poi riportarsi sulla cresta e raggiungere una nuova selletta, che introduce al quarto risalto.

Da qui si vede bene – leggermente a sinistra – l’intaglio squadrato e netto della Porta della Via Normale, sotto il quale bisognerà transitare, ma che è ancora distante.

La mappa complessiva del nostro percorso compresa la variante di discesa

La salita al quarto risalto attacca su roccette e pendio erboso, superando poi un blocco di roccia aggirandolo a destra; ci si trova di fronte ad una bastionata rocciosa, dove abbiamo avuto l’unico dubbio di tutta l’ascesa. La salita è libera e le ipotesi sono probabilmente tutte valide.
Aggirando sulla destra ci si trova su terreno roccioso facile ma sfasciumoso, dunque siamo tornati sui nostri passi perchè ci sembrava di essere fuori via. Abbiamo provato ad affrontare lo sperone dritto per dritto, dove, a vista, ci sembrava di poter concatenare due diedrini ascendenti destri, ma la partenza è risultata un filo troppo atletica per essere III+… facendoci supporre infine di essere di nuovo fuori via. Ci abbiamo perso poco meno di un’ora, questa soluzione è probabilmente fattibile ma alla fine abbiamo desistito e siamo andati invece a sinistra dove la roccia ci è parsa buona e salibile con facilità (III-III+). In effetti pare che la “via giusta” sia quella che abbiamo imboccato: una serie di risalti rocciosi ottimamente appigliati e infine uscita in cresta, su placca comoda.

Raggiunta la cresta del IV risalto la si segue: si tratta di una placca appoggiata abbastanza lunga, esposta ma larga, proteggibile (I-II). Giunti alla sommità del risalto bisogna affrontare una calata da attrezzare oppure disarrampicare proteggendo su spuntoni, con passi molto esposti ma anche molto semplici. Di nuovo su colletto erboso, si aggira il quinto risalto lasciandolo a destra, su traccia poco evidente, puntando verso la Porta della via normale, sotto la quale si individuano degli ometti. Seguendo gli ometti (pochi) e cercando il facile si risale infine la sommità del Campelli, transitando di fronte ad una Madonnina che si trova poche decine di metri prima della vetta, all’interno di una grottina. Sulla cima c’è un ometto, ed una vista molto bella a 360°, dove, tra l’altro, si può ammirare tutto il percorso di cresta appena compiuto, che breve non è!

Foto della Cresta

Video di Vetta

Descrizione della discesa

Dalla cima bisogna riguadagnare l’intaglio squadrato della Porta della Via Normale, superato in precedenza; una volta raggiunto scendere pochi metri sul versante opposto, dove in un canale sulla destra si trova subito uno spit per attrezzare una breve calata (possibile disarrampicare, ma la roccia è assai instabile). Suddetta calata porta su una cengia erbosa che, percorsa in direzione sinistra, conduce al canalone detritico nel quale ci stiamo immettendo, che porta giù fino a valle. Nel canalone abbiamo trovato qualche segno di passaggio e qualche rado ometto, in ogni caso bisogna raggiungere la valle sottostante, e – nel nostro caso – una fonte d’acqua, visto che era da ore che non ne trovavamo!

La valle, che termina al passo Campeia, è effettivamente percorsa da un rio – sia benedetto il rio – ma qui, pur vedendosi bene l’Alpe Cortevecchia alla quale bisogna tornare, il sentiero si perde totalmente tra i rododendri. Noi ce la siamo cavata orientandoci a vista e usando Openstreetmap, ma abbiamo ravanato parecchio (con conseguenti pizzichi di zecche e ragni vari). C’è qualche salto roccioso che conviene evitare, sino a che non si è nei paraggi dell’Alpe Cortevecchia dove si rintraccia il sentiero dell’andata.

A questo punto, dopo essere tornati sino all’Alpe Campeglio, si può ricalcare il sentiero percorso all’andata (con conseguenti 150 m di dislivello positivo belli dritti da risalire) oppure puntare verso l’Alpe Colla. Questa è l’alternativa che abbiamo scelto noi: è più lunga ma, nonostante qualche sali scendi, forse meno “cattiva”: si sbuca attraverso un ponte strallato molto più a monte di Arvogno, che si raggiunge attraverso la strada asfaltata a servizio delle baite della zona. A voi la scelta!

Foto della discesa

Giudizio

Via facile dal punto di vista dell’arrampicata, aperta dal Conte Aldo Bonacossa, ma non scontata dal punto di vista alpinistico: è piuttosto lunga come sviluppo e, pur non lasciando troppe indecisioni sul percorso, c’è qualche punto in cui non bisogna commettere errori; soprattutto, ci sono calate che sarebbe bene non dover affrontare in salita. L’ambiente – molto selvaggio e solitario – rende quanto sopra ancora più calzante.

Da affrontare solo se adeguatamente allenati, andrebbe percorsa quanto più possibile in conserva: è sempre proteggibile ma, a nostro avviso, farla “a tiri di corda” la renderebbe eterna. L’ambiente in compenso è davvero bello: abbiamo sorpreso un cucciolo di camoscio sulle prime piodate, che non si aspettava due bipedi e se l’è data a zampe!

Noi l’abbiamo percorsa con due mezze da 30 m e di più non è necessario, a meno di non dover abbandonare la via e inventarsi fughe alternative: fortunatamente non è stato il nostro caso 🙂

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