Cresta Nonna Anna alla Cima Vagliana – l’altra metà del cuore

MALGA MONDIFRA’ (1.644mt) – BOCCHETTA DEI 3 SASSI (2.613mt) – CIMA VAGLIANA (2.861mt) per la CRESTA NONNA ANNA – VIA ALPINISTICA (grado AD) – difficoltà massima arrampicata III

Due creste, l’Oreste e la Nonna Anna, che partono da due punti opposti per incontrarsi sulla Cima della Vagliana: dedicate a una madre e ad un padre, a un uomo e a una donna che un figlio ha voluto unire in due percorsi alpinistici nuovi e unici, nella bellezza delle Dolomiti di Brenta, per sempre.


L’avevamo promesso a noi stessi, l’avevamo promesso a Mario (Taller, ideatore ed apritore della via), e quindi alla prima occasione di bel tempo eccoci di nuovo qua, pronti alla cavalcata della cresta Nonna Anna!!!

Non essendo raggiungibile telefonicamente, questa volta Mario non ha potuto darci suggerimenti: siamo andati su per conto nostro, sulla fiducia, sicuri del fatto che avremmo trovato la via tracciata a dovere, nonostante la totale mancanza di relazioni sulla rete.

Infatti la Nonna Anna è stata aperta ufficialmente solo l’anno scorso (2018) e le ripetizioni fino a questo momento (escluse quelle fatte dall’apritore stesso con i suoi clienti), pensiamo siano state molto esigue. Potremmo anche essere i primi ripetitori senza la presenza delle guide che l’hanno aperta, motivo per il quale abbiamo cercato di prestare massima attenzione al percorso, a beneficio di chi fosse interessato.

bella vista sul gruppo della Campa dalla Nonna Anna

La Nonna Anna rappresenta il complemento virtuale della Cresta dell’Oreste: virtuale perchè parte del medesimo progetto, tuttavia i due percorsi sono difficilmente concatenabili, anche per la loro lunghezza, ma soprattutto per le peculiari caratteristiche di entrambi.

Questa pur essendo più breve della Cresta dell’Oreste, è una via dal carattere più ostico. Richiede esperienza alpinistica, agilità nel muoversi su rocce rotte, anche su passaggi di arrampicata non banali, e prevede il fatto che non si abbia timore dell’esposizione, in quanto molti traversi – su roccia marcia – hanno tutto attorno degli strapiombi notevoli dove ogni indecisione potrebbe portare ad una fine non del tutto felice 😉

Proprio per questo Mario l’ha attrezzata a dovere, mettendo chiodi in tutti i punti in cui è possibile, necessario o comunque utile e sensato proteggere.

Noi nel farla ci siamo divertiti un casino, ma abbiamo dovuto sempre mantenere alta la concentrazione perché più che una via di arrampicata si tratta a tutti gli effetti di una via alpinistica …e questo è bene sia chiaro a chi la vuole ripercorrere.
La conoscenza della montagna e del modo di muoversi in quota ha qui molto più valore rispetto al fatto di saper scalare su gradi elevati. L’arrampicata è sempre facile, nei limiti del III grado, ma con questa roccia bisogna soprattutto sentirsi sicuri nei movimenti e sapersi fidare dei piedi. Le mani sono inutili e rischiano solo di farvi cadere. Quindi ocio! 😉
Inutile dire che è da fare con gli scarponi. Qua le scarpette d’arrampicata non hanno nessun senso, se non quello di farvi perdere tempo ed equilibrio.

Il percorso è piuttosto lineare e comunque sempre ben segnato. Tenete conto che le difficoltà non devono mai superare il III grado. In base a questo, saprete sempre trovare la strada opportuna. E se non la trovate da soli, beh………..seguite la relazione! 😉

Avvicinamento

Arrivati a Madonna di Campiglio prendere il tunnel, direzione Dimaro. Giunti agli impianti del Grosté, entrare nel parcheggio (senza pagarlo in quanto proseguirete sulla strada) e superato il parcheggio seguire la strada sterrata che gira attorno al campo da golf, seguendo per la malga Mondifrà.
Dopo circa 2 km, parcheggiare nello spiazzo davanti alla malga.
Il sentiero parte sulla destra della strada, appena dopo la malga, direzione Bocchetta dei Tre Sassi.

l’alba alla Malga Mondifrà

Si attraversa prima un bosco non molto ripido ed in breve ci si ritrova nuovamente sulla sterrata per qualche metro. Si sale poi in direzione sinistra per sentiero puntando verso il termine della valle.
Dopo una mezz’oretta circa si arriva in un bel pianoro erboso con un’evidente falesia sul suo lato destro (ci sono anche un po’ di tiri chiodati ma non abbiamo idea dei gradi. Ad occhio direi dal 5c/6a in su), con massi erratici sparsi nel bosco.
Da qui il sentiero si impenna e va a rimontare il primo risalto, al termine del quale sarà già possibile vedere in lontananza la nostra cresta, caratterizzata da un evidente buco nella roccia (la finestra della Val Gelada) sopra al quale passa la via alpinistica.

già visibile in lontananza la nostra cresta e la finestra della val Gelada

Proseguire rimontando altri 3-4 risalti e altrettante vallette intermedie fino a giungere alla Bocchetta dei Tre Sassi, proprio sul fondo della valle (1h40 / 2h30 dalla malga Mondifrà, a seconda del passo). A quel punto, pochi metri sulla vostra destra, si trova l’attacco della cresta Nonna Anna.

in arrivo alla Bocchetta dei Tre Sassi

Ma prima di proseguire godetevi l’incantevole panorama sulla Val Gelada, con splendida vista sulla Presanella, i cinque laghi e le cime che delimitano sul versante trentino il ghiacciaio dei Forni.
Inoltre, da qui prosegue il sentiero Costanzi, che dalla bocchetta dei Tre Sassi si impenna per sfasciumi in direzione sinistra, seguendo la via (parzialmente) ferrata.

Cresta Nonna Anna

A destra della bocchetta (faccia a monte), si parte subito aggirando il primo muretto verticale stando alla sua sinistra tramite un pendio più dolce ma sfasciumoso, girando poi a destra dopo la prima rimontina e seguendo una rampa (ometti), che porta all’attacco di un diedro piuttosto ripido ma leggermente appoggiato, comunque già ben visibile dalla Bocchetta dei Tre Sassi (foto).

il diedro del primo tiro

Si rimonta verticalmente il diedro con qualche passo di III grado (presenti spit, anche se un pochino più distanti rispetto a quelli della Cresta dell’Oreste). Il consiglio anche qui è di affidarsi totalmente ai piedi, posizionandoli in modo sicuro e cercando di usare le mani per il solo equilibrio. Tirare una presa con questa roccia rotta potrebbe risultare estremamente pericoloso!!

Giunti in cima al diedro (sosta su due fix da collegare) si arriva orizzontalmente pochi metri sotto l’affilata cresta. Non bisogna salire (esposizione estrema e sfasciumi pericolosi) ma scendere lungo una traccia, seguendo gli ometti e qualche chiodo per alcune decine di metri, fino a vedere in alto a sinistra un grosso masso rotondo con alla base uno spit (vedere album fotografico).

Da qui risalire per un altro diedro con alcuni passi di III, fino a riguadagnare la cresta.
Si procede nuovamente in orizzontale e in leggera discesa, con qualche passaggio esposto e su terreno difficile (prestare molta attenzione a dove si mettono i piedi) fino a quando si scende ad una selletta di fronte alla quale si trova un enorme gendarme, molto verticale e sicuramente insormontabile per le difficoltà proposte dalla via.

Noi qui abbiamo fatto una piccola pausa per rifocillarci un attimo e fumare una sigarettina con ottima vista 😉

Alla destra del gendarme, stando vicino alle rocce, c’è un camminatoio esposto in discesa attraverso il quale si prosegue – si perdono circa una quindicina di metri. Poi bisogna attraversare un canaletto sfasciumoso (e nel nostro caso nevoso), stando il più possibile nei punti dove ci si possa garantire un minimo di sicurezza (in mezzo ad esempio c’è una grossa roccia e sia all’inizio che alla fine è presente uno spit).

la rimonta accanto alla piccola grotta

La rimonta verso la cresta avviene accanto ad una piccola grotta (bagnata nel nostro caso) alla cui destra si risale per 6-7 metri in verticale fino a raggiungere una sosta con 2 spit da collegare.
Si riguadagna quindi la cresta per un facile canalino sfasciumoso fino a trovarsi su una selletta. Da qui volendo, è possibile arrivare sulla cima del gendarme appena aggirato con facili passi. Noi abbiamo rinunciato perché ci siamo accorti che ci stavamo mettendo più tempo di quanto pronosticato e non sapevamo ancora cosa avremmo dovuto affrontare in seguito.

Arrivati a questo punto la vista si apre, si è in cresta e sembra che il terreno sia più semplice e che manchi poco alla cima. Non è così vero… ma sembra 😉
Lascio il posto ad Erica come capo cordata e procediamo in orizzontale sulla cresta fino a trovarci in un punto dove c’è un bel salto che dà su una selletta e bisogna guardare sulla destra, dietro ad una roccia, per trovare un’eventuale protezione alla discesa che comunque può essere fatta facilmente in disarrampicata per circa 3-4 metri. In alternativa ci si può calare. Poi si arriva subito alla base di un torrione che presenta un’arrampicata semplice e divertente (sempre occhio agli sfasciumi, II grado).

il punto dove la cresta diventa più stretta ed esposta

Dalla cima del torrione si traversa ancora per cresta esposta fino alla base di un ulteriore muro, più difficile a vedersi che a farsi, alla base del quale c’è una sosta su due fix da collegare. Erica mi cede erroneamente il posto (in quanto l’arrampicata sarà plaisir e senza complicazioni).
Dalla sosta si devia in diagonale sinistra per un metro fino a guadagnare una facile rampa anch’essa sul II grado, fino in cima.

vista verso il basso dall’ultimo muro

Ultimi metri in traverso su cresta, poi di nuovo ci si ritrova con un salto nel vuoto di qualche metro per poter scendere su una selletta. A sinistra il terreno sembra percorribile ma è a destra che si trova la discesa più agevole e si vede anche un ometto segnalatore. Da lì, ultimo facile pilastrino e la cresta è praticamente finita.

Percorrere poi i prati intervallati da rocce fino al terrazzo ben visibile di fronte, infine ultimi 5 minuti di facili roccette fino in vetta.
Dall’arrivo dell’ultimo pilastrino è anche possibile slegarsi e mettere via l’attrezzatura in quanto non c’è più nulla da proteggere.
Noi ci abbiamo messo 4 ore dalla Bocchetta dei Tre Sassi alla Cima Vagliana, procedendo in conserva su corda corta, senza correre, trovando la via senza alcuna indicazione e riposando una ventina di minuti a circa metà strada.
Probabilmente conoscendo il percorso e andando spediti, si può fare in poco più della metà del tempo, ma consigliamo comunque di andare piano, per godersi gli splendidi paesaggi e per non rischiare nulla sul difficile terreno su cui si progredisce.

Sulla cima

Dalla cima della Vagliana, se la giornata lo permette, guardando verso sud-est è possibile scorgere in modo nitido tutta la seconda parte della cresta dell’Oreste, che dalla cima della Pietra Grande, attraverso i suoi gendarmi esposti e i divertenti passaggi di arrampicata che regala, giunge fino alla Vagliana.
Da qui non vedrete però la parte che dal Grosté porta fino alla cima della pietra Grande, con relativa vista meravigliosa sul Brenta! Per godere di quella, vi toccherà percorrerla in modo integrale! E noi ve lo consigliamo caldamente! 😉

selfie di vetta soddisfatti!

Sugli altri versanti invece, potrete godere di una vista eccezionale sul Grosté, su Campiglio, su tutto il gruppo dell’Adamello / Presanella e ad oltranza verso l’Ortles, il Cevedale, il San Matteo e compagnia bella.

Discesa

Dalla cima Vagliana, ripercorrere in discesa l’ultimo tratto fino al pianotto erboso da cui si è saliti all’andata, poi proseguire in cresta in direzione nord continuando a scendere, seguendo gli ometti e superando qualche passaggio su roccette e in esposizione fino a quando non vedrete alla vostra sinistra un’evidente traccia che solca il ghiaione dritta sparata, direzione ovest, verso il Grosté per capirci.
Dopo circa 150mt di discesa su ghiaione, incrocerete il sentiero Costanzi che traversa la montagna a bordo del dirupo, segnato da bolli bianchi e rossi (sentiero 336). Prenderlo in direzione destra, attraversando in piano su punti molto panoramici ed esposti fino a svalicare sul lato opposto ritornando in Val Gelada.
Poco dopo una discesina di 1mt su roccette, è possibile tagliare nuovamente su ghiaione guadagnando un po’ di tempo (sempre se siete agili nella discesa ravanosa) e ricollegandovi con il sentiero dell’andata all’altezza della seconda rimonta, vicino ad un grosso masso ben evidente anche dall’alto. In alternativa seguite il sentiero fino a ritrovare quello della mattina e riprendetelo in discesa fino al parcheggio della malga Mondifrà.

Giudizio

Questa via di cresta è per certi versi assimilabile all’Oreste, ma per molti altri aspetti è diversa…forse un po’ più selvaggia.

Anche se è decisamente più breve, le difficoltà sono leggermente superiori.
Le protezioni sono un po’ più distanziate, la ricerca del percorso è un po’ più complessa, l’arrampicata stessa ha qualche difficoltà in più, ma soprattutto ci sono molti attraversamenti su terreno difficile che richiedono esperienza alpinistica e non sono affatto da sottovalutare, soprattutto a causa dell’esposizione di certi passaggi.

Noi abbiamo affrontato la via in conserva con una mezza corda da 30 metri doppiata, quindi avevamo un margine operativo di 15 metri circa. Abbastanza nella maggior parte dei casi in arrampicata, quasi sempre corta nei passaggi su sfasciumi in orizzontale.
Molto meglio una corda singola da 50-60 metri, per essere certi di arrivare sempre alle protezioni, soprattutto nei passaggi in traverso.
Gli spit sono sempre nei punti in cui servono, però bisogna prestarci l’occhio perché il colore non li fa staccare più di tanto dalla roccia e a volte li vedi proprio all’ultimo istante, quando ce li hai lì di fronte.

Erica al termine del primo diedro che porta fino in cresta

Consigliamo questa cresta, così come la cresta dell’Oreste, a tutti gli appassionati di alpinismo più che agli amanti dell’arrampicata fine a sé stessa.

Lassù ci si ritrova isolati in un ambiente quasi lunare, poco percorso e decisamente affascinante ed unico. Non ci sono molte alternative se non quella di andare avanti e il terreno è sempre ingaggevole, difficoltoso, infido. Richiede attenzione costante nonostante le basse difficoltà tecniche e molto probabilmente arriverete in cima stanchi…ma certamente soddisfatti!

Siamo felici di essere riusciti a completare questa via anche senza alcuna indicazione diretta da parte di Mario e senza aver letto alcuna relazione anche perché significa che la via in sé è logica e lineare, basta comprenderne lo spirito ed essere consci che le difficoltà tecniche non devono mai superare il II/III grado di arrampicata.
Il resto vien da sé.
Come per la cresta dell’Oreste, troverete sempre ometti indicatori e gli spit in tutti i punti in cui è meglio essere protetti.
Usate la logica, seguite questa relazione e non vi perderete di sicuro! 😉

Buone creste a tutti e grazie ancora a Mario Taller per averci regalato questa doppia meraviglia!!!

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