Via Cheney – Aiguille Croux: arrampicata al cospetto del Bianco

park Val Veny (AO) (1.565 m s.l.m.) – Rifugio Monzino (2.590 m s.l.m.) – Aiguille Croux (3.251 m s.l.m.) – via lunga di arrampicata III – IV – un passo V – disliv. complessivo 1.660 m (700 m dal Rifugio Monzino) – sviluppo arrampicata 200 m circa – Esposizione S – S/O

Situata subito alle spalle del Rifugio Monzino (2.590 m s.l.m.) si erge questa guglia che divide il ghiacciaio del Brouillard da quello del Freney. Subito alle sue spalle si trova l’Innominata e nonostante soffra un pò della maestosità di picchi ben più alti e ambiti (Monte Bianco di Courmayeur, Aiguille Noire, Mont Bruillard solo per citarne alcuni), è meta di numerose cordate che salgono su questo bel terrazzo panoramico dalle svariate vie presenti.

Noi abbiamo optato per la via Cheney, che percorre quasi fedelmente lo spigolo sud sud/ovest.

Avvicinamento

Si parcheggia la macchina in val Veny laddove viene chiusa normalmente la strada al transito dei veicoli privati, si segue poi una sterrata, si superano due ponti e subito dopo il secondo si incontra la partenza del sentiero per il Rifugio Monzino.

Inizialmente si sale nel bosco; dopo averlo superato in pochi minuti di cammino bisogna attraversare una zona di blocchi di granito, seguendo i bolli gialli e puntando ad un ponticello di ferro che permette di superare un tumultuoso torrente.
Si prosegue ora per comodo sentiero per pochi minuti per poi deviare a destra (cartello) e risalire in modo abbastanza deciso il costone che porta alla partenza del un primo tratto di ferrata (corde metalliche per assicurarsi e dei comodi gradini in acciaio permettono di superare senza fatica dei risalti rocciosi).

Al termine di questa prima ferrata si percorre per bel sentiero tutta la morena che arriva alla base della bastionata est dell’Aiguille du Chatelet, dove sorge il rifugio. Qui parte un secondo tratto di ferrata molto più lungo e più impegnativo di quello precedentemente affrontato. Questa sezione presenta 2 partenze. Quella di destra è molto più verticale, ma è decisamente più attrezzata, quella di sinistra invece, soprattutto nella prima parte, è un pochino più naturale. In salita conviene forse passare a sinistra , mentre in discesa ritengo sia più conveniente prendere l’altro ramo (i 2 rami comunque convergono poco più in alto).

Finito questo tratto ferrato si sale ancora per sentiero fino al terzo tratto attrezzato, ultima fatica prima di arrivare su un bel pratone. Ancora pochi minuti e metri di dislivello ci separano dal rifugio.

Alle spalle del Monzino parte il sentiero che sale verso la Croux e che va preso anche per altre destinazioni (Innominata, bivacco Eccles ecc…). Arrivati in prossimità del torrente dal quale viene presa l’acqua per il rifugio (presenza di tubazioni), lo si attraversa puntando alle tracce di sentiero nel versante opposto. Seguendo il sentiero e qualche ometto ad un certo punto, dove si incontra la scritta Cheney su un sasso, si piega decisamente a sinistra e si punta alla prima fascia rocciosa della gengiva della Croux.

Si tratta di placche biancastre con una marcata fascia scura (bagnato) che si aggirano per un canalino roccioso verso destra. A questo punto ci si trova in una zona di grossi detriti e seguendo gli ometti si arriva alla sinistra della seconda fascia rocciosa. Anche qui un canalino roccioso consente di superare senza troppi problemi il risalto. Ora si deve fare un traverso verso destra fino a reperire una corda fissa che permette di salire qualche metro e fare un ulteriore traverso verso sinistra. Questo tratto potrebbe essere un po’ infido, soprattutto se bagnato, per la presenza di erba e terra; sono infatti presenti degli spit che si possono eventualmente utilizzare per assicurarsi.

Adesso vanno seguiti gli ometti, che su terreno erboso abbastanza ripido portano ad un ripiano dove si trova quel che resta del nevaio superiore, che si raggiunge per pietraia seguendo i numerosi segnavia. Poco prima del nevaio un canaletto sale verso destra e porta ad un bell’intaglio, dove possiamo finalmente (!!!) affermare parta la via vera e propria!

Descrizione della via

Facendo attenzione ai vari spit presenti e stando poco a sinistra del filo di cresta, si prosegue bene in conserva protetta per quasi tutta la via.

Secondo le indicazioni ricevute avremmo dovuto trovare una sosta ogni 25 m per un totale di 8 tiri. Facendola però quasi completamente in conserva protetta noi abbiamo incontrato (o visto) solo una parte di queste soste (2 spit uniti da cordone). Il grado non supera mai il IV°, ma alcuni muretti li abbiamo trovati un pelo più impegnativi da affrontare in scarponi.

A pochi metri dalla vetta occorre aggirare uno sperone sulla destra con passaggi molto esposti sul sottostante ghiaciaio Freney, arrivando così al termine della via Cheney in una bella forcella molto panoramica. Qui approdano altre vie, come la normale e la Ottoz della quale vanno percorse le ultime 2 lunghezze di 20 metri l’una con passi di IV+ V grado. Per affrontarla più serenamente abbiamo indossato le scarpette 🙂

Al termine dell’ultimo tiro si segue verso sinistra per una ventina di metri una cengia leggermente discendente. Qui sulla sinistra possiamo notare una delle soste per le calate (2 spit con catena e anelli per calate). Per la cima invece ci voltiamo a destra e affrontiamo una bellissima placca di granito bianco (spit presente) per arrivare in breve su un bellissimo pianoro, dove poter abbandonare un po’ di materiale prima di arrivare facilmente sulla vetta.

Discesa

Numerose doppie tutte da 25 metri (pochi più o pochi meno) permettono di arrivare al nevaio superiore che noi, per le condizioni particolarmente secche di quest’anno (2022) non abbiamo nemmeno toccato.

La prima doppia si trova sotto un grosso tetto creato dal masso di quella che sarebbe la cima sud; questa doppia arriva a quella che si incontra sulla cengia percorsa alla fine della via.

La terza sosta è quella un pò più difficile da individuare: occorre superare una grossa cengia e pochi metri sotto trovare sulla sinistra (faccia a monte) un piccolo diedrino dove si trova la catena. Le altre le abbiamo trovate tutte leggermente a sinistra ad eccezione di una.

Anche l’ultima non è molto visibile essendo composta solo da due spit con anello (a dire il vero il secondo spit è stato posizionato poco prima del nostro passaggio da una guida alpina) ed è spostata abbastanza a sinistra; noi però con una singola da 80 m siamo riusciti dalla penultima sosta ad arrivare alla base, saltando quest’ ultima calata.

Da qui si percorre a ritroso seguendo sempre gli ometti il percorso con cui abbiamo superato la gengiva e poi facilmente al rifugio, alle ferrate e così fino alla macchina.

Giudizio

Una via proprio plaisir, con piacevole arrampicata su gradi abbordabilissimi e panorami davvero mozzafiato, come la location promette!

L’impegno fisico dipende ovviamente dall’allenamento, se fatta in giornata si tratta comunque di più di 1.600 metri di dislivello (di cui la bellezza di 1.400 m di avvicinamento).

La roccia è mediamente buona e super gripposa; è sufficiente una singola da 60 metri, 7/8 rinvii e qualche fettuccia. Non indispensabili friend o dadi.

Sarebbe invece il caso di non collegare le doppie, per non far impigliare la corda e/o far cadere sassi!


Purtroppo noi da queste parti ci veniamo poco… ma come non ricordarci con affetto della bellezza della Pyramides Calcaires in autunno 😛

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relazione e foto a cura
di Stefano detto ilNiggah
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