Translagorai – da Passo Manghen a Passo Rolle, traversata di 3 giorni tra natura e storia

pubblicato in: Traversate, Trekking | 1

Una traversata meravigliosa, tra i 2.000 e i 2.500 m di quota, selvaggia non tanto per le difficoltà sempre assolutamente moderate, quanto per il fatto che le tappe sono molto lunghe e quasi prive di punti di appoggio; in estate l’approvvigionamento d’acqua può essere un problema. In sostanza bisogna sapersi arrangiare: ma il percorso ripaga abbondantemente grazie a paesaggi sempre diversi e carichi di storia. Sulle pietraie senza fine che caratterizzano la parte alta del sentiero si osservano trincee, baraccamenti, grotte, intere cittadelle militari costruite sul filo di cresta pietra su pietra che incredibilmente sono ancora lì, a ricordarci la Guerra Bianca, combattuta sui monti dove il nemico non era solo quello con la divisa di un altro colore ma anche la montagna, bellissima e ostile.

Vi raccontiamo la nostra traversata, una “falsa translagorai” perché quella “vera” parte da Panarotta, la porta occidentale del Lagorai, con due giorni in più – presumibilmente – di cammino (abbiamo evitato perché la finestra meteo ci concedeva solo tre giorni buoni, e avevamo poca voglia di prendere acqua, almeno durante il giorno).

A fine articolo un po’ di “bibliografia” e qualche consiglio sparso
PS: vi ricordiamo che tutte le nostre foto sono commentate, quindi molte info le trovate anche lì: sotto la prima foto di ogni giorno, che riporta il percorso, sono specificati dislivello e sviluppo delle tappe.

Giorno 1: da Passo Manghen (2.013 m) al Laghetto dei Pieroni (2.449 m)

Partiamo da Milano arrivando a Passo Manghen alle 8.00 circa.
Il passo non è servito da nessun trasporto pubblico, lasciamo la macchina presso uno dei comodi parcheggi accanto alla Baita Manghen Hutte e limitrofo laghetto (per capire come abbiamo gestito il ritorno vedere a fine articolo).

Iniziamo a camminare tra verdi pascoli in leggera costante salita, immersi in un paesaggio ameno, molto rilassante, lungo il sentiero 322A: doppiamo il vicino Lago delle Buse restando a monte e poi continuiamo in un lungo traverso alzandoci di quota, attraversando la Forcella di Montalòn, fino al bellissimo Lago delle Stellune (2.091 m), poco sotto il sentiero stesso. C’è parecchia gente che sale per gite in giornata, l’atmosfera è bucolica.
Fino a qui nessun problema per l’acqua, se ne trova in abbondanza. Dal lago sopracitato la musica cambia, il sentiero compie un lungo giro per aggirare Cima delle Stellune, passando dalla Forcella di Val Moena (2.294 m), inerpicandosi su una pietraia, la prima di una lunga serie: il paesaggio si fa più aspro sino ad arrivare ad un valico attrezzato con qualche corda fissa e… voilà, ci ritroviamo in un ambiente fatto di roccia e cielo.
Camminiamo ancora con svariati saliscendi, passiamo la Forcella della Busa della Neve, la Forcella della Busa da l’Or, doppiamo i Laghetti di Lagorai che vediamo dall’alto e raggiungiamo il Laghetto dei Pieroni, la meta che ci eravamo prefissati. Ci arriviamo piuttosto stanchi, ma almeno per raggiungerlo non dobbiamo perdere quota o allontanarci troppo dal sentiero.

Qui ci aspetta una sorpresa non proprio positiva: la sorgente che alimenta lo specchio d’acqua è secca e noi abbiamo quasi esaurito le nostre scorte. Di conseguenza cucineremo con l’acqua del lago stesso, opportunamente bollita, approfittando inoltre delle pastiglie potabilizzanti del buon Mirko, altro trekker solitario che affronta il percorso, conosciuto lungo il sentiero; pianterà la tenda vicino alla nostra (ci sono giusto due piazzole comode a bordo lago).

Il posto è molto bello in verità, peccato per la pioggia che ci costringerà a ritirarci alle otto di sera!

Giorno 2: dal Laghetto dei Pieroni (2.449 m) al Lago delle Trote (2.103 m)

Giornata impegnativa anche questa, caratterizzata da continui saliscendi per raggiungere le mille forcelle che la translagorai attraversa: si segue il sentiero 321 fino a raggiungere un bivacco in grotta, il Teatin, molto spartano, posto sotto la cima del Frate (effettivamente la posizione fa pensare ad un luogo di eremitaggio) subito dopo la Forcella Litegosa (2.261 m): ennesimo valico per noi, poi traverso proprio sotto le rocce, attrezzato con cavo d’acciaio e… sorpresa! C’è una tanica nascosta tra il fogliame che raccoglie l’acqua di stillicidio che cola dalle rocce della parete soprastante: quando siamo passati noi la tanica era piena, ne abbiamo approfittato per riempire le borracce e l’abbiamo ovviamente rimessa al suo posto. Goccia dopo goccia si riempirà per i trekkers che verranno.

Tutta questa giornata o quasi sarà caratterizzata dalla presenza dei resti della Guerra Bianca: attraverso scalinate malandate ma ancora agibili si possono esplorare i resti di intere cittadelle militari, costruite con le stesse pietre della montagna e dunque con questa mimetizzate, trincee, innumerevoli grotte. Affascinante.

Si prosegue fino a Passo Sadole (2.066 m), luogo dove essendoci Malga Sadole e Baita Cauriol a breve distanza (serviti da mulattiera) si ha di nuovo l’impressione di essere tornati alla civiltà (o inciviltà, come la si vuole vedere!) con un discreto via vai di turisti della montagna.

Da Passo Sadole si hanno due alternative: scendere verso la malga sopramenzionata attraverso il sentiero 320 oppure dirigersi verso meridione attraverso il sentiero 302, per aggirare la soprastante catena del Cauriol, Cardinal e Cima Busa Alta. Noi abbiamo scelto di evitare la malga e non sappiamo come sia questa alternativa, di sicuro il sentiero 302 non è dei migliori. Si perde ripidamente quota seguendo la Via Italiana, entrando nel bosco attraverso un percorso a tratti interrotto dagli schianti causati da Vaia per poi traversare lungamente… molto lungamente fino a Coldosè di Dentro. C’è di buono che qui qualche possibilità di riempire le borracce si trova.

Si risale una volta superate le pareti rocciose alla nostra sinistra, riguadagnando tutta la quota persa, seguendo una valletta erbosa con un bel torrentello che offre refrigerio. Al termine della valle, sulla immancabile forcella, si trova il Bivacco Coldosè (2.180 m), altro bel posto che noi doppieremo per raggiungere il sottostante Lago delle Trote.

Il lago è davvero un gioiellino, con ampie distese erbose dove piazzare la tenda ma attenzione, le trote non ci sono, o meglio non è scontato che ci siano! Il nome – così ci hanno detto – è una disambiguazione di “Trute” (Lach dele Trute) ovvero streghe (effettivamente in un posto così un lago delle streghe ci doveva pur essere).

Anche qui ci godremo poco la serata, nonostante la location magnifica, perché comincerà a piovere prima che cali il sole: ma almeno l’acqua corrente non mancherà.

Giorno 3: dal Lago delle Trote (2.103 m) al Bivacco Aldo Moro (2.565 m)

Ultima bivaccata per noi: si affronta subito una bella salita, che porta dapprima al Lago Brutto a 2.207 m (che a dispetto del nome non è affatto brutto), lo costeggia e poi si inerpica lungo le pietraie al di sotto delle bastionate di Coltorondo, Valbona e Valmaggiore, davvero imponenti. Si arriva al Bivacco Paolo e Nicola (2.180 m) sulla Forcella di Valmaggiore, la prima tappa della giornata. Il bivacco è nuovissimo, la fonte d’acqua è posta in prossimità (noi abbiamo preferito proseguire senza rifornirci perchè avevamo capito che fosse necessario perdere parecchia quota per trovarla, mannaggia!).

Si sale ancora ripidamente fino alla Forcella di Cece (2.393 m), dalla quale la vista comincia a spaziare sui gruppi del Latemar e Catinaccio. Ci aspettano un bel po’ di saliscendi lungo un percorso in traverso che si snoda seguendo il fianco della montagna per chilometri di pietraie senza fine.
Ancora resti della Grande Guerra e un panorama che si apre all’infinito, sempre di più, sino a svelare, parecchie centinaia di metri a valle, il Lago di Paneveggio. Arriviamo presto al Bivacco Aldo Moro, la classica scatoletta di latta rossa abbarbicata sulla montagna, senza aver fatto nessuna delle cime raggiungibili con deviazioni lungo il percorso che ci eravamo prefissati (abbiamo capito che la translagorai non scherza, e non vogliamo strafare): sono circa le 15 e volendo ci sarebbe anche il tempo di scendere a valle, ma dense nuvole grigie si stanno formando spostandosi da Passo Rolle e crediamo sia meglio fermarci qui.

Tuttavia non approfitteremo del bivacco (9 spartani posti letto molto ben tenuti), bensì di una piazzola grande quanto la nostra tenda pochi metri più a valle, non lontana dalla piazzola ufficiale dell’elisoccorso. Anche in questo caso niente acqua, se non quella piovana opportunamente bollita, recuperabile dalle pozze che si sono formate in questi giorni di temporali notturni.
Tuttavia, la serata sarà bellissima: le nuvole che nel pomeriggio sembravano minacciose scaricheranno solo qualche chicco di grandine, lasciandoci godere di un pardisiaco tramonto almeno fino alle 21… La notte invece un forte temporale si abbatterà per ore sulla nostra tenda: che reggerà benone, nonostante a questo giro fossimo proprio nell’occhio del ciclone.

Giorno 4: dal Bivacco Aldo Moro (2.565 m) a Passo Rolle (1.989 m)

Ripartiamo la mattina con un cielo reso sgombro dal temporale: ci aspetta l’ultima cavalcata, ancora lungamente su pietraia, sino ad arrivare in vista di Passo Rolle.
In vista non significa che sia breve da raggiungere! Ma una volta arrivati potremo godere di una bella cartolina del gruppo delle Pale di San Martino e – a valle – del Rifugio che ci aspetta, vicino ai Laghi di Colbicon. La discesa è abbastanza rapida, ma il Rifugio non sarà l’oasi di pace che ci aspettavamo potesse accogliere due camminatori stanchi e affamati: troppa troppa gente, di qualsiasi tipo, troppo rumore. Scapperemo quanto prima, alla volta del passo vero e proprio poche centinaia di metri oltre, dove aspetteremo la navetta che ci riporterà alla nostra auto abbandonata a Passo Manghen.
Se proprio volete mangiare qualcosa alla fine, fate uno sforzo e arrivate sino a Malga Rolle: i taglieri avevano un aspetto davvero invitante, nonostante il via vai di auto e moto sulla statale possa scoraggiare i più (ma al rifugio soprastante non è che fosse meglio).

Consigli sparsi

Seppure a quote relativamente basse e senza difficoltà tecniche la translagorai non è una passeggiata.
Abbiamo incontrato parecchia gente impreparata rispetto agli obiettivi che si era prefissata: visto che i punti di appoggio non sono molti, meglio calcolare qualche giorno in più e sottodimensionare le proprie aspettative per essere sicuri di non trovarsi dispersi su una pietraia all’imbrunire.
Noi siamo stati lungimiranti: abbiamo rispettato le tappe prefissate (anche grazie all’esperienza di precedenti traversate, tipo l’Alta Via n°1 in Valle d’Aosta), ma abbiamo faticato parecchio anche a causa dello zaino pesante, scontatamente pesante se si vuole farla in tenda. E siamo persone abituate alla montagna, alla fatica e al disagio. Se si hanno dubbi sulla propria preparazione atletica meglio accorciare le tappe.

Appunto, lo zaino:

Considerando la tenda, i sacco a pelo (invernali nel nostro caso) e i materassini (d’obbligo!), il fornelletto da campeggio con relativo gas, un telo cerato (non si sa mai, metti un bivacco d’emergenza), il cibo, avrete già un bel signor peso.
Dovete aggiungere acqua (almeno 2 litri a testa in estate, borracce da riempire appena ne avrete la possibilità, perché come spiegato l’acqua non si trova ovunque), pantalone lungo e corto (di giorno fa molto caldo), un paio di magliette e intimo di ricambio, un pail e qualcosa per la pioggia (guscio, cerata o similia), cappello o bunf, kit da pronto soccorso, frontale, occhiali da sole, minimo necessaire per igiene personale, batterypack.
Questo è più o meno quello che abbiamo portato noi, nel complessivo 14 kg di zaino per Erica e 18 per Gabriele rispettivamente su 49 kg e 60 kg di peso proprio.

Certo non è obbligatorio farla in tenda, si può allungarla a piacere scendendo alle malghe… ma è bello stare into the wild per qualche giorno.

Scarpe o scarponi?

Nella stagione estiva vanno bene anche scarpe da ginnastica tecniche anche se a parer nostro, se solo si è leggermente delicati o non abituati a questo tipo di terreno, meglio una pedula che sostenga la caviglia: gran parte del percorso è su pietraie instabili, una storta potrebbe essere una bella gatta da pelare.
Per questo meglio portarsi anche le bacchette se siete abituati a camminare con quelle.

Logistica:

La logistica è una bella rogna; se disponete-di o volete usare una sola auto, meglio che vi mettiate il cuore in pace: o perdete una giornata tra mezzi di trasporto pubblici/autostop per tornare alla base o spendete qualcosa per farvici riportare. Noi abbiamo optato per la seconda ipotesi e con 100 euro complessivi siamo stati presi a Passo Rolle e riportati a Passo Manghen in un paio d’ore circa.

L’alternativa è avere amici in loco che siano disposti a farsi lo sbattimento!

Il sentiero:

Il sentiero è sempre ottimamente segnato, anche ben tenuto a nostro avviso: impossibile perdersi, ma questo vale solo se non è la prima volta che andate in montagna (e se è la prima volta meglio non fare la translagorai).
Non abbiamo incontrato davvero nessuna difficoltà, ma abbiamo letto che altri, invece, hanno trovato difficile/ostico qualche passaggio: anche in questo caso dipende da quello a cui siete abituati, per quanto ci riguarda potete farvi un’idea scorrendo il blog, tutto è relativo, bisogna saper valutare in base alla propria esperienza.

A parte il lungo tratto di bosco del terzo giorno il percorso è sempre molto panoramico e godibilissimo, mai noioso.

Di anime se ne incontrano sempre: selvaggio sì ma fino a un certo punto, ci sono luoghi molto più impervi e solitari, non fatevi l’idea di essere abbandonati a voi stessi per giorni.

Bestiole:

Nonostante fosse nei pressi fortunatamente non abbiamo avuto il piacere di stringere la zampa a M49.
Per il resto a parte una vipera e un paio di marmotte non abbiamo incontrato chissà che fauna da queste parti; una bestiola imprecisata durante la notte ha attentato alla nostra spazzatura, appesa nella veranda della tenda, ma a giudicare i segni lasciati sul sacchetto era piccina.
In ogni caso, nelle zone popolate dall’orso, come ben insegnano in Hokkaido dove siamo stati a fare trekking giusto lo scorso anno (regione del Giappone dove vivono centitaia di orsi, grizzly), è bene avere con sè un campanellino appeso allo zaino: il rumore infastidisce l’orso, che si tiene alla larga, ma da noia anche ai serpenti… lo abbiamo appreso da poco! Da noia anche agli umani, a dire il vero 😀 motivo per cui lo abbiamo portato con noi ma non lo abbiamo utilizzato, visto anche che il sentiero era comunque abbastanza popolato.
Valgono le regole generali ovviamente: attenzione a dove mettete il cibo e la spazzatura, soprattutto durante la notte!

Bibliografia

Noi abbiamo scaricato la bellissima mappa digitale fatta da Alessandro Ghezzer e pubblicata sul Gruppo Facebook “Giù le mani dal Lagorai”, ove sono segnate anche le fonti d’acqua e i posti più belli per piazzare la tenda: un lavoro pazzesco, utilissimo per tutti ed estremamente dettagliato, frutto evidentemente di una conoscenza profonda di questi luoghi.
Ovviamente avevamo anche le mappe cartacee: nello specifico carta Tabacco n° 058 per la parte bassa e Kompass n° 618 per quella alta, a parere degli scriventi meglio la Kompass (anche perché la Tabacco pare fatta di carta velina, la apri 3 volte ed è già rotta).
Sta di fatto che una carta 1:25.000 (vale per entrambe) ha uno scarsissimo livello di dettaglio per questo tipo di escursioni.

Giudizio complessivo:

Traversata molto bella, stra godibile e impegnativa il giusto, alla scoperta di una catena montuosa davvero particolare. Rispetto al fondo valle, dove per mangiare al rifugio si prende il numerino e si sta in fila sui sentieri (con la mascherina), è il paradiso perduto, paradiso che andrebbe assolutamente tutelato. Per la sua natura, la sua storia, il suo silenzio.

E noi sappiamo che una buona dose di fatica è una forma di tutela assolutamente vincente 😉

  1. Giampaolo

    Bell’articolo e grazie mille per le indicazioni. Vorrei fare il tratto dal Rolle al Manghen la settimana prossima in due tappe, dormendo al Cauriol-Sadole.
    Grazie ancora.

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