Se l’irresponsabilità costa cara. Agli altri

Se l’irresponsabilità costa cara. Agli altri

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“(…) Senza il pericolo la montagna non è montagna, ma è un gioco sterile. Posso far costruire una montagna artificiale anche in una grande sala, e lì fare degli allenamenti o delle gare. Questo si fa oggi, ed è una forma di abilità nell’arrampicarsi. Però non è quello che è l’alpinismo. All’alpinismo è necessaria la difficoltà, l’esposizione, l’essere fuori nella wilderness, in un ambiente selvaggio e desolato, e anche il rischio. Il fascino delle montagne è dato dal fatto che sono belle, grandi, pericolose. (…)”
Reinhold Messner

Quest’estate ci siamo imbattuti nella seguente scenetta, ahimè più frequente di quanto non si immagini, soprattutto leggendo sul web gli appelli di guide alpine e soccorritori (con racconti ben più agghiaccianti), che riporteremo a fondo pagina…

Piz Boè – Dolomiti – Gruppo del Sella, ci sono due sentieri attraverso cui raggiungere il rifugio Capanna Fassa a 3.152 mt, uno definito “facile” l’altro non definito, con brevi tratti attrezzati con corda fissa.

Su questo sentiero ci imbattiamo in queste scarpette, note per essere il top dell’attrezzatura da montagna, adatte a camminare su sfasciumi e roccette grazie alla suola piatta come una sogliola (!) e in grado di proteggere la caviglia da eventuali slogature, distorsioni, ecc (!!)

Voi direte che il suddetto sentiero attrezzato non presenta alcuna difficoltà, ed è vero, ma ad indossare le scarpette di topolino non era una montanara esperta -e in vena di scherzare- in gita di piacere sul Sella, bensì una teenager a disagio nell’ambiente quel tanto che basta da non essere riuscita a spezzare il fiato nonostante il poco dislivello.

Le ragazze (l’altra indossava delle più sobrie ma non meno inadatte All Star) erano accompagnate da adulti, evidentemente non abbastanza consapevoli da suggerire loro una calzatura idonea a qualcosa che va oltre la passeggiata al centro commerciale (per quanto facile il Piz Boè è comunque un over 3.000); saremmo stati curiosi di frugare negli zaini, per capire fino a che punto si può spingere l’incoscienza (avranno avuto qualcosa per la pioggia, un anti-vento, dei guanti? chissà)

Ci sono leggende metropolitane di gente avvistata con le ballerine sulla Grignetta, che uno sarebbe lì lì per dirgli qualcosa, ma la risposta sarebbe inevitabilmente “chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”.

Linkiamo qui sotto, giusto a titolo divulgativo, alcune tra le molte testimonianze (siamo a fine estate: abbondano!)

“Soccorsi, troppe chiamate senza motivo”

“Bloccata in vetta con i tacchi a spillo. Ecco come contrastare l’imprudenza in montagna”

Il problema di fondo, che questi racconti mettono in luce, è proprio questo: la mancanza di responsabilità non è solo verso se stessi, ma anche verso gli altri escursionisti e soprattutto verso i soccorritori, spesso volontari, che rischiano la vita a causa di atteggiamenti che non solo possono, ma devono essere evitati.

Certo, in tutta onestà, una riflessione andrebbe fatta anche rispetto alla volontà di portare più gente in montagna, nei rifugi, sui sentieri ecc…, che senza la dovuta dose di cultura e formazione porta spesso a questi penosi risultati.

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